GIANNA NANNINI PARLA DEL PILATES

Gianna Nannini: e ora sono pronta per il matrimonio

Settembre 2009

Intervista a Gianna Nannini di Federica Furino

Devi cercare molto prima di trovare quello che ti appartiene”. Superati i cinquanta e alla vigilia del suo tour, la ragazza del rock italiano, l’unica, si permette una provocazione: “c’è qualcuno che vuole sposarmi?” .

 C’era una volta il rock. E c’era il tour, eldorado supremo della dannazione: camere d’albergo fatte a pezzi (copyright dei Led Zeppelin), bende zuppe di cocaina da legarsi sulla fronte nei concerti (Jimi Hendrix), sesso psichedelico dietro il palco (volendo anche sopra, vedi Jim Morrison). C’era una volta. E ora? Ora reset. «In tournée vivi da suora».

Gianna Nannini entra nel suo studio milanese reduce da una giornata di prove, con i capelli scompigliati, la faccia un po’ stanca e una verità da annunciare: «Quei tempi sono finiti. Siamo nel 2009, anche il rock si è evoluto e io vivo nel mio tempo. La tecnologia ha cambiato tutto: ora se vuoi rendere al massimo devi essere perfetto, specialmente dal vivo». Quindi il tour? «Una noia mortale: mangi sano, non bevi. Mi concedo qualche eccesso solo se il giorno dopo sono off». . In realtà, i concerti per lei non sono ancora iniziati (il primo della nuova stagione di Giannadream è previsto per il 4 settembre, a Cuneo), ma il periodo di clausura sì, e la clausura prevede vita sana, allenamenti, ginnastica. «Sono in ritiro, come i giocatori di calcio». . Una fatica, però. Decisamente. Fortuna che ho scoperto il Pilates. È un metodo duro, ma ti centra spirito e corpo. E poi ti fa venire delle gambe pazzesche. .

Però non mette la minigonna... L’ho messa con Sting nell’ Opera da tre soldi di Brecht-Weill perché mi andava di fargli vedere le gambe. Ora aspetto l’occasione giusta: sono fatta così, certi privilegi li riservo a pochi. .

Il Pilates e la musica, invece? Da quando ho iniziato canto meglio. Sarà che ti corregge la posizione del corpo. Non so, forse raddrizzandomi il collo mi ha allungato le corde vocali, ma ora raggiungo note più alte. Sa, a una certa età non servono i muscoli, serve flessibilità. E se vuoi conservare l’energia devi curarti. .

Pensare alla Nannini con le pile a terra... Si è mai vista sul palco? Guardi che cali di energia ce li ho anch’io. A volte prima del concerto mi sento a pezzi, poi però ce la faccio. È che quando canto non sento più nulla, nemmeno l’allergia ai cavalli. Al concerto di San Siro, a giugno, mi toccava andare in giro con la mascherina stile Jackson. Un inferno. Poi sul palco, la voce tornava. .

Il suo ultimo disco, Giannadream, parla d’amore. È il mio argomento preferito. .

Con un debole per la versione triste, però. Non necessariamente. È vero, di natura io sono un po’ drammatica, lo ero già da piccola. Se ascolta i miei primi dischi si spara. Ma ho scritto anche tante cose allegre. Io amo e sono amata. Sono emozioni che ho provato e che riaffiorano al di là di quello che vivo in quel momento. La gente pensa che nelle tue canzoni parli di quello che ti è successo l’altro ieri, e invece magari sono cose di dieci anni prima. .

Gianna, lei prima scrive Grazie e poi Siamo nella merda. Passare così, dalla dolcezza alla rabbia. Sono due anime che ho dentro. C’è quella che costruisce e quella che distrugge. Certe volte si possono dire le cose con gentilezza e poesia. Ma quando ti fanno perdere le staffe, quando vedi attorno a te cose che non vanno, il razzismo, la discriminazione, insomma in quei momenti invece di tirarsela, è meglio esser chiari. Stand up for your rights, come diceva Bob Marley. .

Che cos’è che la fa arrabbiare? La prevaricazione. Il controllo. Che la gente decida per me quello che va fatto, tipo una guerra. Mi arrabbio quando scopro che centinaia di persone sono lasciate a morire in mare. Non sopporto le bugie: nel 2003 sono andata in Iraq, per vedere con i miei occhi come stavano le cose. E poi me la prendo quando capisco che uno fa il furbo, l’opportunista. .

E la dolcezza invece? C’è. È il cinquecento per cento di Gianna. Vede, la donna ha questo di grande: non ha paura della sua dolcezza. Però non dovrebbe aver paura neanche del suo lato forte. Siamo abituati a pensare alla tenerezza come qualcosa di femminile e l’aggressività qualcosa di maschile. Balle: noi donne, dentro, le abbiamo entrambe. .

Com’erano le donne di casa sua? Toste. La madre di mia madre, era un colosso e faceva la macellaia. Di lei ho un ricordo sonoro, il rumore che faceva sbattendo le bistecche sul banco. Era una maremmana orgogliosa, con una moralità dura. L’adoravo. A diciotto anni sono scappata di casa con lei. .

Thelma e Louise? Le ho fatto fare da Siena a Parigi su una macchina sportiva a due posti. Era così contenta che non protestava nemmeno del rock sparato nelle orecchie. Guidavo forte e se la faceva sotto, ma non diceva nulla. La sera si mangiava insieme, si beveva il vino rosso che piaceva a tutte e due, e poi io andavo a ballare fino alle cinque e lei a dormire. Tornate dal viaggio, ha detto a mia madre: «Io stavo zitta, ma m’è venuto il sedere piccino piccino dalla strizza, tanto correva». .

Le piaceva movimentare la vita ai nonni? Era gente che lavorava e basta. Si sono fatti dal niente con lavori artigianali: la macelleria, la pasticceria. Io da piccina bazzicavo sempre in questi ambienti e li vedevo solo faticare, senza orario. Dodici ore al giorno senza mai lamentarsi. .

Perché se n’è andata da Siena? Io la fuga ce l’ho dentro. Non mi piaceva vivere in una città di provincia dove non si poteva suonare il rock e dove dovevo fare quello che voleva la mia famiglia. Vede, mi sono sempre sentita diversa dalle altre bambine, perché avevo questo sogno. Volevo diventare una rockstar. Pensavo che la musica mi avrebbe resa indipendente. .

Come mai ha scelto Milano? A Roma dovevi finire nel letto di qualcuno se volevi avere un’occasione. E siccome volevo andare a letto con chi piaceva a me e basta, ho scelto Milano. Dove se non eri brava ti prendevano a calci nel sedere. .

E come andò? Andò che feci una serie di provini, ma niente. Finché non trovai Mara Maionchi. Mentre cantavo si mise a piangere. Pensai: «Devo averle fatto proprio schifo». E invece si era commossa. .

Mai più avuta voglia fuggire? Sono rimasta a Milano, ma molti dischi li ho fatti fuori. Perché mi sono sempre sentita un’europea. Musicalmente sono nata a Colonia, con Connie Planck che era il produttore anche degli Ultravox o degli Eurythmics. Si faceva musica insieme, Annie Lennox suonava le tastiere nei miei dischi. Insomma, un lavoro di gruppo. Lì ho capito che cos’è il rock. Da noi c’erano i cantautori e il pop. Ma scoperto il rock come potevo tornare indietro? .

Viaggia ancora? Molto. Ho il mal d’Africa, però mi piace anche l’Islanda. Non ci crederà, ma in certe cose si somigliano. .

Le piacciono i contrasti, non lo neghi. E chi lo nega? Io sono tutta un contrasto, anche se ora mi sento decisamente più equilibrata di una volta. Sarà che si invecchia. .

Che cosa è cambiato? Ho un istinto più sviluppato. E l’istinto è diventato una forma di conoscenza, mentre prima era solo follia. Matta lo sono ancora, ma oggi mi faccio fregare un po’ meno da me stessa. E sento di stare anche meglio con gli altri. La musica aiuta a tirati fuori, ma non basta da sola a risolvere i conflitti dentro di te. .

E ora che ha trovato il suo equilibrio? Ora sono pronta per il matrimonio. C’è qualcuno pronto a sposarmi? (ride) .

Scherza? No, giuro. Sono proprio da sposare. Cucino benissimo, e poi sono un’avventuriera. Con me non si finisce a vivere in pantofole. Tutti i giorni ne invento una nuova. Tante volte le coppie si sposano giovani e poi si annoiano. E invece non ci si può annoiare: una storia va nutrita. .

Dobbiamo prepararci a vederla con la fede al dito? Quando parlo di matrimonio mi riferisco all’equilibrio tra due persone, non alle nozze in chiesa. .

Storie importanti in vista? Parlare dei miei sentimenti è difficile, per questo scrivo canzoni. E poi con la vita che faccio sono sempre lontana, mi ci vogliono almeno trent’anni per sapere se è amore vero. .

Non dev’essere facile starle dietro. Funziona come nella musica: devi cercare molto prima di trovare quello che davvero ti appartiene. Io non voglio essere un’altra, la mia voce è questa, non imito nessuno. Quando suoni o scrivi canzoni, è inutile fare la figa, dire: «Quella cosa mi piace e allora la voglio». Devi arrivare a dire: «Questa cosa mi appartiene. Appartiene al mio sound o al mio mondo, quindi la so difendere». Se una cosa è vera, la puoi proporre. Nella musica e nella vita. .

Le sue canzoni dicono la verità. Io per fare questi dischi mi sono ammazzata. Sono andata talmente nel profondo. Ogni testo è un’analisi: se non dico la verità, se non dico quello che penso davvero, non funziona. Per questo devo scrivere io le canzoni che canto. .

Un'estate italiana, l’inno di Italia ‘90, la scrisse lei? Il testo sì, ma non la volevo fare: gli inni mi vengono bene, ma le cose facili le rifiuti, specie quando sei in conflitto con te stessa. Ci ho messo sedici anni prima di cantarla di nuovo. .

Altre situazioni difficili? Ho scritto una canzone che parlava di una donna e me la sono portata dietro per trent’anni. Per tutto questo tempo non hanno mai smesso di farmi domande di sesso e di genere. La gente non ha una mente aperta, fatica a comprendere un pensiero e un linguaggio libero. E ti bolla. .

Quanto ha impiegato per conoscersi? Nove giorni. Avevo ventinove anni ed ero a Colonia. .

Che cosa le capitò? Sarebbe troppo lungo spiegare. Ci sono fasi della vita che funzionano come iniziazioni. Ognuno ha la sua, e la mia è stata una rivoluzione. In nove giorni ho capito chi ero, chi sono. Da quel momento non ho più saputo che cos’era l’età adulta. .

E prima? Ai tempi di America, ero cupa. Come tutti quelli che si incazzano quando non gli stanno bene le cose, sembravo un animale ferito. .

Quell’animale ferito esiste ancora, da qualche parte dentro di lei? Non ho mai smesso del tutto di farmi male. Attraverso il dolore e reagisco. Mettiamola così: se una cosa fa male alla musica, la evito. Se fa male a me, no. Anzi, a volte le cose devono farti molto male perché ti scatti qualcosa dentro. Mi è capitato di scrivere canzoni pazzesche dopo un periodo dissoluto, quando tocco il fondo e mi sembra di morire. Io sono una persona che si butta nel buio, se è il caso. È così che scrivo le canzoni, mica perché sono brava. È nel buio che trovo i miei pezzi: sono lì, nascono spontaneamente nel mio cuore. In fondo il cuore è un salto nel buio perché lì non sei mai sicuro.

Fonte: Gioia.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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